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giovedì 31 gennaio 2008

Alcune precisazioni...

"Si, ma quello che hai scritto si riferisce solo alla società dove lavori"

No, amico mio... Perché ora lavoro qui.
Ma di commerciali ne ho conosciuti un bel po'.
E' vero che un mix di razzismo, intolleranza, ottusità, nepotismo e sessismo del genere è particolarmente difficile da trovare.
E' vero anche che questo mix è del tutto ridicolo quando si ha a che fare con una realtà medio-grande delle aziende IT italiane.
E' ancora più sconcertante considerando che la sede della società è a Milano ma la prima succursale per dimensioni è a Napoli.

Ma questo è solo "l'esempio vicino e ultimo".
In realtà avevo già sentito discorsi simili, se non peggiori, in passato. Da parte di altri commerciali, di altre società che si "vantano" di lavorare nel mondo IT. Immancabilmente società di consulenza...
Proprio questo è il punto: la consulenza. Specialmente a lungo termine.
La visione industriale della consulenza, contrapposta alla visione "artigianale" proposta dai liberi professionisti, non può che dar vita a distorsioni del sistema e alla considerazione delle persone, lavoratori, come merci da scambiare e su cui decidere a cuor leggero.

Una parentesi: la collocazione di persone come consulenti presso moltissime società (vi farebbe paura sapere quali, ve lo garantisco), non avviene sulla base di gare o colloqui ma sulla base di amicizie tra commerciali e dirigenti / direttori / responsabili di dette società.

Unendo questo discorso a quelli che oggi vengono chiamati "contratti atipici" ma che un tempo si chiamavano sfruttamento e precariato... Ecco uscir fuori la magia di un mondo dove il gap tra chi ha gli agganci e chi non li ha è sempre più grande ed è sempre più pesante.

Chi ha poco, vede sempre più erodere la sua quota di indispensabile e, per ora, vie d'uscita non ce ne sono.

venerdì 22 giugno 2007

Il sindacato dei fannulloni

"Se il sindacato non tiene conto dei problemi veri di competitività delle imprese che interessano anche i lavoratori, rischia di diventare il sindacato della pubblica amministrazione, dei pensionati e di qualche fannullone"

Questa frase è stata detta ieri da Luca Cordero di Montezemolo, presidente di Confindustria, in occasione della riunione degli imprenditori di Reggio Emilia.
Difficilmente sono d'accordo con le idee che circolano in Confindustria. La paura del mercato tipica dei grandi imprenditori italiani è tra le cause principali della situazione dell'Italia di oggi.
Però... Questa frase qui riassume in pieno quella che è anche la mia idea dei sindacati italiani di oggi.
Il sindacato nasce come libera associazione di lavoratori che fanno un "fronte comune" contro gli imprenditori per ottenere più diritti, più soldi e più libertà.
A partire dall'800, grazie ai sindacati è stato possibile ottenere stipendi più alti, riduzioni dell'orario di lavoro, miglioramenti significativi della qualità della vita dei lavoratori e mille altre cose che hanno trasformato la popolazione, cambiando la vita di semi-schiavitù in una vita libera.
Sulla carta.
Perché dagli anni '80 in poi, la quantità di tutele in atto ha equiparato l'assumere una persona allo sposarla. Con possibilità di divorziare in modo costosissimo. Per riuscire a cacciar eun lavoratore assunto, un'azienda deve veramente fare cose assurde e, comunque, prepararsi per la causa legale che ne seguirà.
In più, la disponibilità di lavoratori e apportuni "spifferi" nelle leggi, hanno permesso alle aziende di supplire ai loro bisogni di lavoratori con contratti NON tutelati dai sindacati.
Così, si sono create due macro categorie di lavoratori. Da una parte quelli iper tutelati, dall'altra un esercito di precari in ogni campo, senza alcuna tutela.
Oggi, il contratto "a progetto", quello di "associazione" e mille altre forme riconducibili ai contratti "co.co.co" (collaborazione continuata e coordinata), sono la norma, specialmente per i giovani. La norma al punto tale che un giovane assunto arriva ad essere quasi sospetto, lasciando intendere che l'assunzione è avvenuta su pressione del papà, dello zio, del cugino che erano già in azienda.
Tutti questi contratti-fuffa nascono per uno scopo ben preciso: evitare le tutele del lavoratore da parte dell'azienda. Così vengono evitate anche le spese per il versamento dei contributi previdenziali, del TFR, le ferie pagate, la continuità lavorativa.
E i sindacati? Che fine fanno questi grandi strumenti della libertà dei lavoratori?
Dopotutto, oggi, gran parte dei lavoratori giovani non ha avuto opportunità di assunzione e, quindi, non fa parte del sindacato.
Bene... I sindacati sono stati a guardare. Nessuno ha toccato i "diritti acquisiti" degli assunti. Nessuno ha toccato quei lavoratori che facevano parte del sindacato e sono andati in pensione.
Semplicemente, è stata creata una nuova categoria di lavoratori che non hanno la possibilità di formare un sindacato e non ha alcun potere contrattuale. Dispersi e spezzati, in lotta tra loro.
Ai sindacati, questi, non interessano. Non li tutela e non gli importa.
Sanno benissimo che per tutelare quei lavoratori-fantasma, dovrebbero rinunciare a una parte di tutele per gli altri lavoratori e per i pensionati (magari iscritti da anni e con ruoli di potere). Sanno benissimo che, in alcune aziende, gli assunti sono "al traino" dei precari. Che questi precari non fanno vacanze perché in vacanza non sono pagati. Che vanno avanti anche se ammalati perché un giorno di malattia è un giorno di stipendio in meno. Che non fanno figli perché una gravidanza corrisponde a molti stipendi in meno. E che, dal punto di vista aziendale, sono veramente il massimo: lavori, ti pago. Non lavori (per qualsiasi motivo), non ti pago e prendo un altro.
Certo, molte aziende, così, si fondano sulla fuffa e non hanno alcuna ricchezza interna. Ma l'offerta di lavoratori è talmente alta che chiunque può essere rimpiazzato in breve tempo, anche se occupa un posto chiave.
Alla fine... Alla fine, i sindacati tutelano le persone che ne fanno parte. E solo quelle, giustamente. Quindi chi tutelano? Per prima cosa i pensionati, ex lavoratori che continuano a versargli i contributi associativi. Non è un caso che diversi studi confermino che l'età MEDIA dei lavoratori iscritti ai sindacati supera i 44 anni, confermandosi come la più alta d'Europa. La media europea è di 40 anni, quella di alcuni paesi, come l'Irlanda, arriva a 35.
E poi chi tutelano?
Certamente tutelano gli assunti, quelli per cui ha un senso iscriversi a un sindacato. Quindi, tutti quelli che sono bravi e volenterosi lavoratori ma anche quelli che sono fancazzisti, impreparati, inadeguati. Perché, tra i precari, queste ultime 3 categorie NON ci sono. Se qualcuno così si mette a fare il precario, viene sostituito in 2 giorni e non trova più lavoro.
Quindi... Benvenuti, cari sindacati, nel mondo reale.
Finalmente c'è stato uno "di potere" che vi ha detto in faccia quello che meritate.
Ciò non toglie che penso che gran parte degli attuali imprenditori italiani abbiano lo spirito di avventura e il coraggio di un coniglio, che vogliano solo sfruttare senza produrre ricchezza, che si siano trovati la pappa pronta dai loro genitori e si limitino a distruggere quello che hanno... Ma su questa cosa dei sindacati, Montezemolo non poteva dire di meglio.
Resta aperta una questione... Cari sindacati, tra 10 anni, quando quasi tutti i vostri iscritti saranno pensionati e quasi tutti i lavoratori saranno precari, da dove tirerete fuori i soldi delle quote associative?

mercoledì 16 maggio 2007

Editoria da bar

Ieri ho parlato con Edo di lavoro. Lui lavora per un editore nazionale e io ho scelto di non occuparmi più di editoria cartacea.
Io, con gli editori, ho un rapporto particolare.
Si, perché sono un informatico e nasco come analista anche se scrivere mi è sempre piaciuto.
Così, partendo da un piccolo articolo pubblicato 15 anni fa su un giornale locale, un po' per voglia e un po' per sbaglio, sono finito a scrivere di informatica per varie testate.
Così ho scoperto un mondo intero che non pensavo esistesse e ho capito alcune cose:
- La prima è che le redazioni non sono come vengono raccontate nei film. Quasi impossibile trovare un giornalista che fa un'inchiesta "sul campo" e se ne occupa per mesi. La norma è che un'inchiesta deve occupare pochi giorni, a volte poche ore. Si fa spesso via Internet, si controllano poco le fonti (non c'è tempo).
- La seconda è che ho trovato diversi "colleghi" che non sapevano quello di cui stavano scrivendo. Con effetti anche piuttosto comici. Non dimenticherò mai i commenti entusiasti fatti da colleghi vari di un servizio per la stampa di foto inviate online: soltanto abbozzato, vecchio e malfunzionante. Ma con un'azienda disposta a spendere svariate migliaia di euro per portare tutti i giornalisti "interessati" e relativi partner in alberghi di lusso e in barca per 2 giorni, sul Lago di Garda, ammorbidendoli con una serie ampia di gadget.
- Da qui nasce il fatto che, come in molti altri ambienti, un'oliatina alle ruote permette di avere il supporto della stampa anche per cose assolutamente abominevoli. Questo nell'ambito informatico frequentato da me, figuriamoci quando ci sono in gioco interessi maggiori. La deontologia professionale di alcuni "giornalisti" che ho incontrato è un gradino più sotto di quella dei pedofili.
- Altra cosa che ho imparato è che i contenuti vengono sepsso sacrificati per rispettare la "gabbia" di impaginazione. Si saltano passaggi e immagini importanti perché non c'è spazio. Viceversa si possono trovare articoli pieni di fuffa, messa lì ad allungare il brodo per riempire una pagina.
- La penultima cosa che ho imparato è che la stampa cartacea lascia i lettori indietro nel tempo. Mi spiego meglio: oggi viene presentato in anteprima per la stampa un nuovo prodotto. Domani scrivo l'articolo, dopodomani si impagina e tra 2 settimane va effettivamente in stampa. Ci vuole 1 settimana circa per stampare la rivista e distribuirla... Quindi, tra 3 settimane, il signor X compra la rivista, legge l'articolo, cerca il prodotto nei negozi... E non lo trova. Perché, magari, ne è già uscito il mdoello nuovo. O perché la versione mostrata alla stampa aveva dei difetti che (se va bene) sono stati corretti.
- L'ultima cosa che ho imparato sulla mia pelle è che gran parte degli editori sfruttano il lavoro di persone nei coni d'ombra delle leggi. Si, perché NON tutti quelli che scrivono sono giornalisti. Io non lo sono, anche se ho scritto per oltre 10 anni e per più di 15 testate diverse. Solo che per diventare giornalista, l'Editore deve supportarti. Deve concederti almeno di firmare gli articoli. Solo che, se diventi giornalista, sei tutelato. Quindi, la maggior parte delle riviste esce senza nomi sugli articoli ma solo indicazioni nel colophon (la zona che riassume i nomi di tutti quelli che sono coinvolti direttamente o indirettamente con la produzione della rivista).
Sembra incredibile ma il meccanismo è semplice: o scrivi alle mie condizioni, oppure trovi un altro lavoro. lavoro non ce n'è... Quindi si tira avanti.
Ovviamente, la mancata tutela è totale: quasi mai si viene assunti ma si è costretti a lavorare come "liberi" profesisonisti. Ovviamente, le ferie non sono pagate, così come la malattia. Ovviamente, le spese sono a proprio carico. Ovviamente, farsi pagare può diventare un miraggio. Il record, con un editore che è stato acquisito da un altro, è stato di 6 mesi da quando mi dovevano pagare.
Ovviamente, nessuno paga a fine mese questi collaboratori: la norma è 30 giorni dopo la data fattura rispetto al mese di uscita in edicola. In soldoni si scrive a maggio un articolo che verrà pubblicato a giugno e pagato a luglio.
Una sequenza di ovvietà che rendono difficile gestire un bilancio familiare e certo non influiscono positivamente sul morale degli "addetti ai lavori".
Questi meccanismi, purtroppo, sono così... E non cambieranno mai perché ci saranno sempre i furboni che troveranno il modo di aggirare i paletti legali.
Quello che mi fa incazzare come una bestia, però, è che la presidenza dei ministri regali 409.304.260 euro agli editori. Ogni anno un po' di più e un po' di meno.
Una piccola parte serve effettivamente per tutelare le minoranze linguistiche o per far uscire giornali particolari. Ma gli altri? Perché devono essere sponsorizzate le testate dei partiti? perché dare soldi a editori che hanno come unico scopo quello di intascarli, facendo uscire giornali e riviste con tirature ridicolmente basse o che non vuole nessuno perché piene di fuffa? Si, perché non ci sono controlli di qualità di nessun tipo e non un solo euro è vincolato: può essere speso per gli stipendi, per comprare la carta, per qualsiasi cosa.
Perché dare soldi a chi già guadagna sfruttando il lavoro degli scribacchini? Più di tutto: come faranno mai questi giornali a sorvegliare il Potere e la Democrazia (secondo una vecchia teoria) se ricevono un benefit proprio da chi devono controllare?
C'è solo una cosa che mi viene in mente quando vedo qualcuno che deve controllare qualcosa che è sul libro paga di chi è controllato ed è dolorosissimo. Si chiama Vajont.
Eccoci qui, allora, nel Vajont di un'editoria in cui i "grandi" sanno benissimo che la loro carta è utile per accendere il camino ma, tranne che in rari casi, cercano di sfruttare Internet, il nuovo media, solo per fare altri soldi e contenere i danni. E noi, nuovi abitanti di Longarone, siamo qui, a farci distrarre da una partita del pallone. "Panem et circensis"

P.S.: Io ho salutato felicemente l'editoria. Non ne voglio più sapere. Voglio scrivere su cose che mi interessano e quello che mi piace. Ho un lavoro nell'IT che mi soddisfa moltissimo, che mi valorizza e in cui sono pagato bene e regolarmente.
Io sono un fortunato. Altri, purtroppo, non lo sono e sono ancora lì, a fare gli scribacchini.